Intervista a Fabio Metitieri: blog e altri nuovi ordegni

Ho condotto una lunga intervista a uno dei più onorati esperti di comunicazione digitale, Fabio Metitieri.

Qua sotto, prima di tutto trovate una sintesi del dialogo con lui.

Sotto, trovate l’intera intervista condotta via email nel corso di alcune settimane

(nella foto di questa pagina, un’immagine composta da Riccardo Ridi: a sinistra, Fabio Metitieri in un autoscatto del maggio 2005. A destra, Fabio Medby, l’avatar utilizzato da Metitieri in Second Life).

IL PENSIERO DI METITIERI, IN SINTESI

ABBASSO I BLOGGHER! Fabio dice, fetentizzandoli, a proposito dei VIB, gli autoproclamati Very important blogger: “l’essere molto linkati e l’ottenere attenzione dai media, implicano una grande dose di quello che in francese viene chiamato leccaculismo e che – come noi giornalisti sappiamo molto bene – e’ uno dei validi metodi (non il solo) per avere successo, scrivere molto ed essere ben pagati, ma non e’ esattamente un buon presupposto per sfornare dei contenuti onesti e oggettivi“.

Ancora, in sfondamento sulla presunta gagliardia della blogosfera: “i bloggher sono hobbisti senza voglia, capacita’ ne’ tempo per produrre qualcosa in modo professionale, cioe’ documentandosi, facendo interviste, seguendo convegni, evitando di diffondere le stesse bufale per cui lapidano i grandi quotidiani e facendo attenzione a non scrivere cose dannose per gli altri o addirittura querelabili“.

Aggiunge: “le notizie dei bloggher non sono quasi mai tali, ma si tratta solo di puntatori o riassunti commentati alla solita informazione gia’ pubblicata dai grandi media, che sono il nutrimento quasi esclusivo dei Vib nostrani“.

I BLOG? UNO STRUMENTO DEI TANTI I blog “sono soltanto un canale in piu’ on line, uno strumento di comunicazione che si aggiunge a quelli piu’ vecchi gia’ citati e a quelli piu’ recenti, come i messenger e le reti sociali“. In alcuni casi secondo Fabio l’utilizzo dei blog è “berlusconiano” ovvero gli ricorda gli spettacoli del Grande Fratello televisivo.

Del resto, se due anni fa si davano come vincenti, oltre ai blog, i social network, oggi la soluzione piu’ di successo, con piu’ di 70 milioni di iscritti catturati in tempi rapidissimi, e’ Myspace, un prodotto polivalente dove si trovano un po’ tutte le funzioni, dalla messaggistica ai blog, ma dove il canale piu’ apprezzato e piu’ usato dagli iscritti pare essere – incredibile ma vero – proprio quello delle vecchie pagine Web personali, appena un po’ ammodernate.

WEINBERGER? BANALE Il brontolone Fabio smonta il mio guru preferito, David Weinberger: lo giudica “banale, non particolarmente brillante come osservatore della Rete e molto noioso come saggista. Io non faccio mai previsioni a vent’anni di distanza, mi pare impossibile“.

UMBERTO ECO? NON DECANTA I BLOG… Bizzarramente, Metitieri a condanna dei blog riporta il disinteresse di Umberto Eco, professorone sensibile agli attacchi a Berlusconi ma certamente anche a stare bel bello inserito nella orrenda lobby accademica nostrana: “Non mi pare che Umberto Eco abbia un blog, comunque. Lui, uno dei pochi autori, tra gli italiani e non solo, che io ritengo un vero e grande mediologo, continua a scrivere solo su carta, credo, e non mi pare che abbia mai corteggiato i blog. Significhera’ qualcosa?“.

BEPPE GRILLO: TROPPO FACILE Grillo non puo’ essere preso ad esempio di nulla. E’ un personaggio molto particolare e che scriva un blog o che canti O sole mio alla finestra ottiene effetti molto diversi da quelli di qualsiasi altra persona. A parte cio’, gestire commenti come quelli che ha lui, che ormai sono tra 1.200 e 2.500 per post, sarebbe impossibile.
Proprio i blog “normali”, invece, con un seguito ragionevole, se avessero dei tenutari meno egocentrici e non cosi’ esageratamente permalosi potrebbero valorizzare molto di piu’ i commenti che ricevono
“.

I PRIMI AMORI DEGLI ADOLESCENTI: NE SAPPIAMO QUALCOSA? Pornografia a parte, che di sicuro ha un effetto non trascurabile e non molto conosciuto sull’immaginario infantile, appena i bambini crescono un po’ e le loro curiosita’ diventano piu’ elaborate esistono il chat e i messenger, con la possibilita’ di contattare un numero enorme di altre persone, di tutti i tipi e di tutte le eta’, volendo con tanto di microfono e di webcam.
Io scommetterei che oggi molti dei primi amori siano on line e che le prime esperienze siano sempre piu’ di frequente di sesso virtuale. Chissa’ con chi, mi verrebbe da dire…

OTTIMISTA SULLA CREDIBILITA’ DELLA RETE Metitieri è ottimista sul momento di internet, anche rispetto ai recenti numeri di Tns-Infratest che danno la rete, nel sentire dei cittadini, ancora meno credibile rispetto ai media tradizionali: “Che Internet abbia gia’ una buona diffusione e credibilita’ mi pare un ottimo risultato; paragonarne i suoi numeri troppo direttamente a quelli di altri media, piu’ consolidati, ha poco senso.

FABIO METITIERI SU FABIO METITIERI Dopo essersi riletto i suoi interventi nell’intervista: “Soprattutto le mie ultime aggiunte sono un po’ prolisse e sproloquianti, e non le ho quasi rilette. Ma vanno bene cosi’, riflettono la mia natura di “grumpy old men“”.

***

L’INTERVISTA COMPLETA

Oltre che come giornalista e esperto di nuove tecnologie, sei noto come prolifico e assiduo autore di commenti interessanti ma piuttosto acidi di molti blog “noti”. Non sarebbe più semplice commentarli o meglio demolirli tramite un tuo blog?

Commentare su un blog non richiede molto tempo e non comporta nessun impegno fisso. Tenere un proprio blog, al contrario, e’ un’attivita’ continuativa e molto onerosa.
Dei blog non mi piace l’obbligo di scrivere dei post ogni giorno, anche quando non si ha nulla da dire. Nel caso dei blogger non diaristici ma con pretese di fare opinione o informazione, questa piccola schiavitu’ mentale spinge gli autori a scrivere anche dei post inutili, sia su questioni e pensieri personali del tutto trascurabili (la cosiddetta fuffa, come si sarebbe detto qualche anno fa), sia pontificando su argomenti di cui non sanno proprio nulla. Tenere un blog cosi’ a me non interesserebbe.

Questa non la capisco. Non sta scritto da nessuna parte l’obbligo quotidiano…

Il must per un blogger e’ avere un numero sempre maggiore di lettori. Per raggiungere questo obiettivo, una delle caratteristiche essenziali e’ che il blog venga scritto con regolarita’ e preferibilmente con almeno un post al giorno. Tanto e’ vero che chi parte per un viaggio, o ha un periodo particolarmente impegnato, o si fidanza con una top model, si sente subito obbligato ad avvertire i propri lettori che per qualche giorno smettera’ di scrivere.

Personalmente, a me forse piacerebbe scrivere un blog piu’ serio, di informazione e commento in modo ragionato e documentato, solo su alcuni argomenti e senza fuffa. Il problema e’ che devo anche mangiare, per cui quando ho una notizia o un commento interessante da pubblicare lo propongo a una delle testate con cui collaboro.

Questo mi sembra sensato, ma non riguarda come condizione il 99,9% dei blogger

Infatti. Ma la domanda era sul perche’ io commento invece di aprire un blog, non riguardava il 99,9% dei blogger.
Scrivere su una testata invece che su un blog comporta tra l’altro un vantaggio fondamentale: impone disciplina nello scrivere. Un blog puo’ essere usato per uno sfogo, o come contenitore di pensieri appena abbozzati, o per scrivere notizie non verificate, o ancora per proporre a pochi affezionati amici la propria ideologia.

“Può” essere usato mi sembra corretto, basta che non si tragga una conclusione che cambi il verbo della tua ipotesi in “deve”. No?

Se si guarda al panorama italiano, di fatto anche i blog che pretendono di fare informazione vengono quasi sempre usati per scrivere di tutto e senza alcun criterio.
Su una testata, al contrario, si devono scrivere solo informazioni documentate e si viene bloccati dalla redazione quando si tenta di usare il medium come una tribuna personale. Gli spazi sono limitati, il che obbliga alla sintesi, e, cosa piu’ importante, si deve scrivere pensando a un pubblico ben preciso, non soltanto per i propri soliti quattro amici.

È pur vero che alcuni blog hanno più audience di altri e seppur sarà vero che dietro l’audience c’è un’opera di lobby, sarà pur vero che i contenuti di quei blog (quelli con più alto Pagerank, diciamo) sono mediamente più interessanti di altri. Non credi?

Difficile dire come e perche’ un blog ha piu’ audience di un altro. E’ facile capire perche’ Grillo e’ un grande comunicatore con un enorme seguito, o anche che Brontolo era divertente, ma in molti altri casi per la popolarita’ puo’ contare molto anche il solo fatto di essere on line da lungo tempo, l’essere molto linkati (il lobbysmo reciproco, appunto), o l’avere ottenuto un po’ di segnalazioni su alcuni media mainstream. Oltre allo scrivere post tutti i giorni.

Faccio notare che due di questi fattori, l’essere molto linkati e l’ottenere attenzione dai media, implicano una grande dose di quello che in francese viene chiamato leccaculismo e che – come noi giornalisti sappiamo molto bene – e’ uno dei validi metodi (non il solo) per avere successo, scrivere molto ed essere ben pagati, ma non e’ esattamente un buon presupposto per sfornare dei contenuti onesti e oggettivi. Poi, Ok, ciascuno e’ libero di decidere quali sono le priorita’ nella sua vita. Io da sempre preferisco rompere le palle a tutti, come e’ universalmente saputo, mentre i blogger italiani che contano (“che contano” si fa per dire), in questo periodo e come e’ molto evidente, stanno studiando come vendersi al meglio. Questione di scelte personali.

Poi, c’e’ un ultimo elemento di grande successo. Per i pochi e fortunatissimi blog dove commento io, spesso correggendo o completando quando scritto nei post o nei commenti altrui, con un contributo che e’ fondamentale dal punto di vista dei contenuti, la popolarita’ ovviamente e’ tutta merito mio… Ci sono forse dei dubbi in merito?
;-)

Piu’ seriamente, nei blog che tendono alla forumizzazione dei commenti molte persone vanno proprio e solo per commentare. E quando si commenta qualcosa e’ normale fare 18 reload della pagina in mezza giornata, per vedere se arrivano altri interventi, per cui il numero delle pagine viste sale vertiginosamente, anche con relativamente pochi lettori.

Le caratteristiche delle testate, comunque, determinano quei contenuti di qualita’ che quasi mai si trovano sui blog.

Ovviamente anche qua non abbiamo a che fare con la natura dello strumento ma con una tua scelta. Su un blog come su qualsiasi mezzo di comunicazione (anche la propria bocca in casa con la famiglia!) possiamo scegliere le persone a cui rivolgersi, il taglio della comunicazione, ecc., no?

Una cosa sono le funzioni dello strumento, altra cosa sono gli usi effettivi che gli utenti ne fanno. Per valutare qualsiasi medium o ambiente on line occorre esaminare entrambi gli aspetti. E le scelte fatte da molti blogger nostrani, specialmente da quelli un po’ piu’ noti, mi sembrano molto chiare.

Detto questo, il punto e’ che su una  testata non puoi scegliere tu il registro, o non del tutto, ma devi uniformarti a precisi indirizzi editoriali e professionali, imposti sia dal dover rispettare un quadro normativo e deontologico ben preciso sia dalle decisioni di un direttore e di una redazione che, in ultima analisi, sono imposte dal mercato e dai gusti dei lettori. Sui blog mancano completamente da un lato la volonta’ di essere corretti e professionali, rispettando delle regole, e dall’altro ogni riscontro sul gradimento dei lettori.

Tornando al perché commento, il commento su un blog per me puo’ essere o un’attivita’ ricreativa, per divertirmi e rilassarmi nel tempo libero, o uno strumento per riflettere ad alta voce su alcuni argomenti, prima di scrivere un articolo o di riscrivere un paragrafo di un mio libro. A parte qualche battuta estemporanea, infatti, intervengo solo sugli argomenti di mia competenza. Per me questo uso dei commenti dei blog, in modo molto simile all’uso che facevo e che ancora faccio delle mailing list, non comporta alcun impegno e spesso e’ molto produttivo, oltre che divertente.

Quanto alla mia acidita’, io da sempre uso on line un registro comunicativo aggressivo, da flamer, si sarebbe detto negli anni ‘90. Credo che evitare le sviolinature reciproche e alimentare un po’ di tensione nelle discussioni porti a delle conclusioni rapide e chiare. Rispetto a qualche tempo fa oggi intervengo in modo piu’ morbido, ma i miei toni dipendono molto da quelli adottati dai miei interlocutori.

I blog italiani dei cosiddetti Vib, in particolare, quelli che sono convinti di essere dei Very important bloggher o addirittura dei grandi opinionisti, vengono usati molto spesso per sparare con invidiabile sicurezza, grande presunzione, notevole ignoranza e una certa dose di aggressivita’ delle informazioni e delle opinioni del tutto infondate, spesso addirittura ridicole. In questi contesti, resistere alla tentazione di sfottere e’ impossibile.

Ok, posso essere d’accordo su molte cose (non quelle che mi paiono più di principio sullo strumento). Però non credi che se ci trovassimo in America, dove ci sono blog che hanno sul serio notizie e riflessioni originali, il tuo approccio sarebbe piuttosto diverso?

No. Anche in Italia ci sono blog con notizie e riflessioni originali, pochissimi ma ci sono, e anche negli Usa il 99,9% dei blog sono del tutto trascurabili, o meglio sono strumenti che hanno un valore solo per i propri autori e per i loro pochi amici. La questione e’: tolti i blog professionali, nei circuiti amatoriali ma tra chi ricerca un pubblico piu’ ampio, che cosa c’e’ di veramente utile? E utile in che senso? Sono fonti di informazione? Creano dibattito? Sono un network sociale? Stanno trasformando i lettori in un pubblico piu’ attivo e capace di produrre contenuti? A me interessa riflettere anche su questi interrogativi.

Perché crei una distinzione tra blog “diaristici” e quelli che vorrebbero fare informazione? Dove sta scritto che il target del blogger debba per forza essere definito? Non sarà invece che il blogger che castra i propri commenti personali, anche estemporanei e inutili, rinuncia a sfruttare uno strumento che gli permetterebbe di esprimere s stesso a tutto tondo?

La risposta alla prima parte di queste domande e’ semplice.

Quella tra blog diaristici e tra blog che hanno altre ambizioni non e’ certo una distinzione che ho inventato io, ma e’ una realta’, anche se credo che sia impossibile stilare delle statistiche in merito. Di fatto, la grande maggioranza dei blog esistenti sono fatti per 10 amici, spesso anche tra compagni di scuola, senza nessuna pretesa.

Tralasciando le molte vie di mezzo e le soluzioni miste, che indubbiamente esistono, oppure i blog professionali e quelli che sono o vorrebbero essere delle pubblicazioni, all’estremo opposto ci sono i blog “da opinionista”; insomma, i blog che in Italia sono fatti per 100 amici invece che per 10 e che sono tenuti da quelli che, come ho gia’ detto, pensano di essere i Very important bloggher (con l’acca).

Non le blogstar, che puntano a diventare famose, ma i Vib, quelli che credono di fare informazione e che vogliono fare opinione, costruendo e diventando un network che, seppure nato dal basso e privo di una organizzazione e di un centro, sia ascoltato quanto i grandi media.

Ora, divagando un po’ ma per completare il discorso, su quella grande maggioranza di blog fatti per chiacchierare con gli amici non c’e’ molto da dire. In parte sostituiscono le vecchie pagine Web personali, e anche le mailing list o i newsgroup o i canali di chat che si aprivano in privato, senza pubblicizzarli, solo per ritrovarsi tra pochi intimi. I blog di questo tipo sono soltanto un canale in piu’ on line, uno strumento di comunicazione che si aggiunge a quelli piu’ vecchi gia’ citati e a quelli piu’ recenti, come i messenger e le reti sociali.

Insieme agli altri canali, questi blog permettono a chi li tiene di presentarsi agli altri, creare dei contatti, conoscere nuove persone, mantenere dei rapporti, anche a distanza, e scambiarsi informazioni di qualita’ oppure chiacchiere estemporanee.

I blog sono strumenti molto utili, se usati in questo senso e senza dover sposare il Pensiero Unico del Blog (Pub), anche se io non li vedo come una killer application.

Questo perche’ la storia di Internet finora ha dimostrato che dopo la diffusione della posta elettronica e del Web tutto il resto si e’ aggiunto a quanto era preesistente, senza sostituirlo. Del resto, se due anni fa si davano come vincenti, oltre ai blog, i social network, oggi la soluzione piu’ di successo, con piu’ di 70 milioni di iscritti catturati in tempi rapidissimi, e’ Myspace, un prodotto polivalente dove si trovano un po’ tutte le funzioni, dalla messaggistica ai blog, ma dove il canale piu’ apprezzato e piu’ usato dagli iscritti pare essere – incredibile ma vero – proprio quello delle vecchie pagine Web personali, appena un po’ ammodernate.

Fin qua son d’accordo…

Tornando in tema, e’ sulla minoranza dei Vib, invece, che si centrano i discorsi ideologici, le teorie sui lettori che sono diventati produttori di contenuti, o la certezza che il citizen journalism mettera’ in crisi il giornalismo tradizionale e fatto con professionalita’. E, nota bene: ho scritto “fatto con professionalita’”, e non “scritto da professionisti”.

Senza entrare nel merito del Pub, e per rispondere alla seconda parte delle domande, oggi se si aspira a produrre informazione e/o a diventare qualcuno che fa opinione, non si possono sfornare sei post su dieci – o il 60% del proprio podcast – parlando del tempo, facendo sentire come miagola il gatto, sparando battute su Fiorello o su Flavia Vento, con quindi solo quattro post “seri”, che cercano di essere di informazione o di opinione.

Questo, invece, mi sembra opinabile.
Ovvero credo che se la qualità dei 4 post “seri” fosse molto alta, piena di contenuti e riflessioni originali, allora non ci vedrei niente di male che l’autore parli anche del suo gatto e delle minchiate che gli vengono in mente.  Su questo magari sarò ideologico e molto weinbergeriano o gonziano, ma credo che sia un identico dogma quello che vuole un contenitore di informazione tematica (p.e. sulla tecnologia) in cui gli autori si mimetizzano in uno stile formale, apersonale, ecc.

Non sono un paladino dello stile formale, non on line, di certo non su un blog. Ma in tutto ci deve essere equilibrio. Se i racconti personali diventano il contenuto prevalente, mentre le idee scarseggiano e le informazioni mancano del tutto, non puoi avere la pretesa di considerarti alla pari di un mezzo di informazione e neppure uno stimolo alla riflessione e al dibattito. Potresti provare a diventare un personaggio amato dal pubblico per la sua simpatia, stile Fiorello, ma non un punto di informazione o un opinionista.

Tra l’altro, i pochi post “seri” tali non sono, per vari motivi, anche questi abbastanza chiari.

Per prima cosa i bloggher sono hobbisti senza voglia, capacita’ ne’ tempo per produrre qualcosa in modo professionale, cioe’ documentandosi, facendo interviste, seguendo convegni, evitando di diffondere le stesse bufale per cui lapidano i grandi quotidiani e facendo attenzione a non scrivere cose dannose per gli altri o addirittura querelabili.

In secondo luogo, la maggior parte dei bloggher rifiuta ogni specializzazione e vuole parlare di tutto, magari un po’ a vanvera ma sempre con lo stesso tono perentorio, perche’ per definizione il bloggher e’ un tuttologo. Uno dei corollari a questa regola, apertamente dichiarato e sostenuto da alcuni Vib, e’ che per parlare di Internet non occorre sapere nulla di tecnologia. Su questo, no comment.

In terzo luogo, le notizie dei bloggher non sono quasi mai tali, ma si tratta solo di puntatori o riassunti commentati alla solita informazione gia’ pubblicata dai grandi media, che sono il nutrimento quasi esclusivo dei Vib nostrani.

Ok. Ma anche qua: se fossimo in America, questo discorso sarebbe molto meno forte…

Se vogliamo sottolineare che negli Usa, dove i blog sono 40 o 50 milioni e non soltanto 300 mila come da noi, la competizione e’ piu’ forte, per cui i pochi blogger che emergono sono molto piu’ seri dei nostri se-dicenti opinionisti e se-dicenti esperti di mediologia on line, e che il pubblico potenziale e’ molto numeroso, per cui chi ha successo raggiunge un’attenzione world wide che i nostri blogghettini da quattro soldi non avranno mai, sono pienamente d’accordo.

Non solo. Negli Usa la cultura del blog ha sfondato molto bene e molti dei grandi nomi hanno un blog, dai docenti universitari stanfordiani, come il soporifero e monotematico Lawrence Lessig, ai genietti come Ray Ozzie, uno totalmente disabile sul terreno della comunicazione (on line ma anche di persona, lo posso assicurare). Lo scenario americano quindi e’ enormemente piu’ ricco, d’accordo. Tutto sommato, pero’ preferisco focalizzare l’analisi sul panorama italiano, anche perche’ il succo generale del discorso cambia poco. Non mi pare che Umberto Eco abbia un blog, comunque. Lui, uno dei pochi autori, tra gli italiani e non solo, che io ritengo un vero e grande mediologo, continua a scrivere solo su carta, credo, e non mi pare che abbia mai corteggiato i blog. Significhera’ qualcosa?

Anyway, il problema e’ che nel caos informativo della Rete chi cerca informazioni le vuole in fretta e sintetiche, non immerse in mezzo a 10 post sul Whiskey da 50 euro o alle foto della moto del bloggher. E chi cerca informazioni le vuole anche competenti.

Leggendo la ricerca di Tns Infratest e Digital Pr su come l’uso della Rete influenza gli acquisti, appena pubblicata, si scopre che i navigatori se vogliono un po’ di concretezza, come quando devono acquistare qualcosa, appunto, usano in quasi il 40% dei casi i forum e i newsgroup, per prendere decisioni sui cellulari, i personal computer, i viaggi, il software e la telefonia fissa. I blog, invece, registrano il loro miglior successo come fonti, e con un miserrimo 17%, soltanto quando si tratta di viaggi e di vacanze, cioe’ della materia dove l’oggettivita’ e la preparazione specifica contano meno, ma si considerano di piu’ i gusti personali e le affinita’ con un’altra persona.

Mi sembra che un dato che non sia stato ripreso molto ma sia piuttosto importante sia che la rete come credibilità stia sotto tv e giornali. Non credi che invece sia preoccupante dal punto di vista degli analisti di internet che la rete sia ancora così poco credibile rispetto ad altri media?

No, per nulla. Internet e’ uno strumento appena nato, difficile da usare, richiede un Pc, la conoscenza per usarlo, la voglia di essere interattivi. La Tv e’ ormai ovunque, in molte case con due o tre apparecchi, e’ facile da usare, conosciuta da mezzo secolo, riposante. Soprattutto, non richiede una fruizione attiva. Che Internet abbia gia’ una buona diffusione e credibilita’ mi pare un ottimo risultato; paragonarne i suoi numeri troppo direttamente a quelli di altri media, piu’ consolidati, ha poco senso.

In modo piu’ specifico sulla credibilita’, e’ ovvio che c’e’ una differenza enorme tra i media che hanno brand e redazioni, con un meccanismo di reputazione vero e consolidato, come i Tiggi’ e i giornali, e la caotica spontaneita’ di Internet. La differenza nell’attendibilita’ percepita dal pubblico sara’ tanto piu’ grande finche’ il pubblico stesso non imparera’ a leggere l’informazione – tutta l’informazione – in modo piu’ critico, iniziando a capire come esaminare e valutare una fonte. Il che, credo, non avverra’ mai in modo completo e senza dubbio non per tutto il pubblico.

Tornando alla ricerca Tns Infratest, direi che non c’e’ nulla da aggiungere, su quale sia stato finora il reale successo dei blog come produttori di informazioni e di notizie considerate utili, facili da consultare e attendibili, o anche solo come validi strumenti in grado di puntare in modo ragionato ad altre fonti.
Quindi, nessuno vuole castrare i blogger.

Qua come avrai capito mi riferivo al fatto che tu pretendi che non si parli del proprio gatto e di Fiorello, quando io non vedo il problema…

Dico solo che chi sta facendo cotanta teoria sulla rivoluzione blog in campo informativo e cerca costantemente di avere un maggiore ascolto da parte dei media mainstream non e’ molto coerente se poi propone si’ e no un post interessante alla settimana, perso tra la fuffa. E, soprattutto, cosi’ dimostra di non vedere la realta’ dei fatti.

Per questo, scrivevo nella mia risposta precedente, dato che io come strumenti di contatto e di comunicazione on line uso gia’ altri canali, se dovessi aprire un blog – and it’s never gonna happen – forse mi orienterei verso l’informazione e il commento, ma su pochi argomenti, senza produrre fuffa e in ogni caso non con la pretesa di rivoluzionare i media o di fare concorrenza alle grandi o alle piccole testate.

Se è vero del successo planetario di MySpace, vero che i dati raccontano come i lettori di blog in Italia siano in decisa ascesa (in un anno Splinder, p.e., salita di audience di circa il 50%). Più che la ricerca che citi, mi sembra che le tue tesi siano dimostrate dai dati di Nielsen Net Ratings che spiegano come ogni mese pi del 60% degli utenti di internet utilizzino Google per iniziare la loro navigazione ovvero le loro ricerche – e in Google trovi per ogni keyword di ricerca varie fonti tra cui i siti “professionali”, i forum, i newsgroup, varii altri ordegni e i blog.

Tornando avanti. Non credi che il successo di un’applicazione web dipenda dalla facilità di utilizzo della sua interfaccia? Se i newsgroup sono rimasti qualcosa di buono solo per gli utilizzatori esperti della rete e invece applicazioni come i blog, MySpace e – aggiungo in Italia per dovere di parte – Giovani.it, hanno conquistato giovani e meno giovani utilizzatori della rete, allora quali sono i motivi?

Per quanto in aumento, i lettori di blog sono ancora pochi, soprattutto se consideri quanto spazio i blog stanno avendo sui media da almeno un anno. E se e’ vero che ormai l’uso dei motori e’ molto diffuso e che in particolare Google e’ gettonatissimo, trovo importante sottolineare che i newsgroup vanno cercati su una sezione a parte del motore, mentre oggi i risultati di qualsiasi ricerca sono pieni zeppi di post, dato che il linking reciproco tra i blog porta il ranking a sopravvalutare la loro importanza.

Ma Google non e’ perfetto. Con l’avvento dei blog, in particolare, il ranking lascia molto a desiderare. Spero che i blog, man mano che vengono creati dei motori dedicati alla cosiddetta blogosfera, vengano tolti dai motori generalisti o almeno considerati con punteggi di rank molto piu’ bassi.

Poi, Nielsen dà anche i parziali di Google. La consultazione di groups.google.it viene data a gennaio a circa mezzo milione di utenti, di cui immagino una minima parte consultatori molto occasionali degli stessi in quanto la scritta “gruppi” sulla home di Google non credo corrisponda a un significato molto chiaro per l’enorme parte degli utilizzatori del motore di ricerca. Mettiamo (sono scettico e generoso nella stima) che fuori da Google i newsgroup facciano un altro mezzo milione di utenti. Andando avanti a spanne coi numeri di Nielsen e con le stime, l’utilizzo dei blog ovvero di uno strumento molto più giovane sarebbe molto più probabilmente maggiore.

Io non sto parlando di popolarita’ maggiore o minore, ma di attendibilità, che per i blog – secondo me e secondo questa ricerca – è ridicolmente bassa. Ripeto: i blog sono certamente molto usati, anche perche’ sono Web, quindi facili da utilizzare, ma non vengono considerati come valide fonti di informazione, neppure per comperare un cellulare o una macchina fotografica digitale. C’e’ solo qualche testata, spaventata per la perdita di lettori giovani, che si e’ buttata a pesce sui blog e che crede ciecamente nella loro attendibilita’, peraltro senza aver capito un beato di come ci si muove in Rete. Ma anche loro, dopo aver perso qualche altra decina di migliaia di copie, con i lettori che passano dalla carta a Internet e non viceversa, si ricrederanno e capiranno che l’essenziale e’ produrre un giornale che almeno che non faccia troppi errori.

Ecco, in questo, solo in questo, Internet non ha cambiato nulla: chi spara cassate, chi fa errori, chi non e’ informato, chi parla con la voce di qualche sponsor o padrone politico, e’ destinato a fare figuracce oggi in Rete come ieri quando esisteva solo la carta. Con l’avvento di Internet queste cose sono diventate soltanto molto piu’ gravi e immediate, in grado di essere individuate e propagate molto piu’ velocemente. E la funzione di watchdog dei media e dei giornalisti che molti blog si sono attribuiti e’ una delle poche cose che riconosco ai bloggher come positive, come lavori utili, spesso validi e apprezzabili. Spiace pero’ notare che i bloggher, dal canto loro, sparano spesso e volentieri piu’ cassate dei media tradizionali, e che non tollerano critiche. In piu’, quando i Vib annusano la possibilita’ di ottenere qualcosa da uno dei tanto amati e odiati media mainstream la loro capacita’ di critica scompare improvvisamente, chissa’ perche’.

Riprendendo il filo del discorso, se i blog sono piu’ popolari, dei poveri newsgroup non si parla quasi mai. Anni fa ogni tanto qualche articolo li citava, di solito descrivendoli come ambienti caotici e sostanzialmente inutili, mentre oggi vengono sostanzialmente ignorati. Io stesso, verso la fine del secolo scorso, vedevo in forse il futuro dei newsgroup, che mi sembravano destinati a essere evitati del tutto dal nuovo “popolo del clic”, gli utenti dell’ultima ora cresciuti solo sul Web. Che siano ancora ben frequentati e vivaci nel 2006, persino conosciuti dalla massa dei navigatori e consultati per trovare indicazioni sui propri acquisti, mi pare molto importante.

Che siano conosciuti mi sembra confutabile, come sopra.

Non molto confutabile. Sui newsgroup molti scrivono, molti di piu’ leggono e in tanti se ne fidano. Secondo un’altra ricerca di Digital Pr, il numero dei messaggi inviati sui newsgroup italiani è in diminuzione ma non in modo drammatico, di circa il 10% nei due anni tra il 2003 e il 2005. E chi scrive su un newsgroup deve senz’altro sapere di cosa si tratta.

Certo, una cosa che la ricerca che ho citato prima non ha riportato e che invece mi sarebbe piaciuto conoscere e’ la disaggregazione dei dati tra i forum e i newsgroup, con qualche indicazione sulla capacita’ degli utenti di distinguere i due ambienti, ma anche cosi’ i risultati mi sembrano abbastanza significativi per dimostrare che i newsgroup hanno ancora un successo che non si puo’ spiegare se non in un modo: i loro contenuti vengono ritenuti interessanti.

E, ripeto, evidentemente i post dei blog, ben piu’ facili da raggiungere e molto piu’ pubblicizzati, non vengono apprezzati come fonti di informazioni competenti e attendibili. I blog vanno bene per pubblicare i propri contenuti o per fare letture “leggere”, ma non sono ritenuti “seri”.

Come detto: non credo che per la gente qualsiasi ci sia una grossa differenza tra una pagina web e una pagina web.

Invece penso ci sia una grossa differenza tra newsgroup (consultabile, escluso Google) solo con programma ad hoc e pagine web (che come noto per il navigatore qualunque corrispondono a internet).

La maggiore difficolta’ d’uso dei newsgroup rende ancora piu’ significativo il dato relativo alla loro consultazione per cercare informazioni su un prodotto prima di acquistarlo.

Per riprendere e completare un discorso che ho gia’ fatto in parte nelle risposte precedenti, i bloggher finora si sono preoccupati di esserci, di pubblicare on line e di occupare spazio, sfornando ossessivamente un numero canonico di post ogni giorno, ma non si pongono ancora il problema della qualita’ di cio’ che scrivono. Le valutazioni dei navigatori, invece, tengono conto anche di questi aspetti, che di fatto costituiscono una debolezza della blogosfera.

Continuando il discorso, la facilita’ di utilizzo e’ senza dubbio importante, ma non e’ l’unico elemento da considerare. La semplicita’ e’ determinante quando si vuole usare uno strumento in modo attivo, come la email per scrivere messaggi, un messenger o un chat per chiacchierare, o un blog per pubblicare dei contenuti, ma quando si tratta di cercare informazioni i navigatori sono anche disposti a fare qualche fatica in piu’.

Il libro sulle biblioteche on line che ho scritto con Riccardi Ridi secondo noi autori e’ di una facilita’ quasi eccessiva. Eppure, come mi dicono spesso alcuni docenti che lo usano come testo d’esame, e’ considerato dagli studenti difficile o addirittura “molto difficile”. (schede di “Biblioteche in rete”: 1 e 2)

Il mondo della ricerca bibliografica in Rete, in effetti, non e’ semplicissimo e fino alla fine del secolo scorso prevedeva persino degli accessi solo via Telnet, con interrogazioni per comandi con interfacce a caratteri, nude e crude.

Malgrado questo, la sua prima versione del libro, che e’ stata sugli scaffali fino al 2002 e che riportava diverse pagine di tracciati record e di istruzioni sui comandi, ha venduto 5.000 copie. Le nuove versioni, pubblicate dal 2002 e dal 2003 anche disponibili gratuitamente on line, sono un po’ meno ostiche ma ancora ritenute faticose da studiare, eppure hanno venduto altre 6.000 copie di carta e in Rete oggi registrano piu’ di 20 mila accessi al mese.

Anche chi non e’ obbligato a leggerlo per un esame, a quanto pare, prima o poi gli da’ un’occhiata, presumibilmente quando deve lavorare alla tesi. Chi cerca qualcosa di preciso, insomma, se necessario e’ disposto anche a studiare un po’, seppure brontolando e lamentandosi, e fino quasi al 2000 si sciroppava anche i tracciati degli archivi del vecchio sistema Locis della Biblioteca del Congresso. Penso che in questi casi l’importante sia essere ripagati dal valore delle informazioni recuperate.

I post dei blog, per quanto semplici da trovare, anzi, persino ridondanti e a volte fastidiosi nelle ricerche con Google, spesso non ripagano neppure della fatica di leggerli.

Non sono molto d’accordo. Dipende dal tipo di informazioni che cerchi. O forse sono troppo bravo a usare Google, non so…

Nel caso della valutazione dei contenuti dei newsgroup e dei forum, credo che entri in gioco anche un giudizio positivo sulla loro modalita’ di produzione, corale e collettiva, di fronte al solipsismo e all’egocentrismo che caratterizzano i post dei blog. Trovo molto naturale che ci si fidi molto di piu’ di un gruppo di persone, spesso esperti o appassionati che discutono solo un tema, e molto di meno di un singolo che scrive di qualsiasi argomento, quasi sempre da solo e in piu’ molto irritabile di fronte a eventuali critiche e discussioni pubblicate nei suoi commenti.

Ancora: non credo che per il navigatore ci sia distinzione tra strumento su pagina web e altro strumento su pagina web.

Allora non sarebbe spiegabile la maggiore attendibilita’ di forum e newsgroup rispetto ai blog indicata dagli intervistati in quella ricerca. Secondo me, invece, la differenza tra un post e un thread, tra un solo autore e una discussione collettiva, viene colta.

Occorre ricordare che stiamo parlando di un pubblico di navigatori che non hanno mai letto il Whittaker e dove la capacita’ di riconoscere il valore di una fonte e’ scarsa; un criterio semplice e sicuro come il conteggio del numero degli autori, quindi, puo’ apparire rassicurante.

D’altra parte, mediologi come Pierre Levy o Derrick de Kerckhove discutono da una dozzina d’anni di “intelligenza collettiva” o di “intelligenza connettiva” e tutta la filosofia di Internet e’ sempre stata centrata su valori come l’interazione, lo scambio di informazioni, la collaborazione. Da questo punto di vista, l’uso che oggi viene fatto dei blog, spesso se non sempre, e’ ancora troppo individualista.

Dipende dall’autore…

Certo, ogni blog ha la sua anima particolare, ma qui sto cercando di generalizzare. Alcuni giorni fa ho scritto nei commenti di un blog che da un certo punto di vista i blog, con il loro individualismo e il loro scrivere tutto finalizzato ad ottenere qualcosa – riconoscimenti e attenzione, di solito, meglio se dai tanto odiati media tradizionali – sono berlusconiani, in netto contrasto con lo spirito tutto e solo collaborativo e disinteressato che ha sempre pervaso i luoghi piu’ tradizionali di Internet, come i newsgroup o le liste di discussione, dove spesso si interviene con un consiglio per la semplice soddisfazione di essere stati utili a qualcuno. Scherzavo, ma non troppo…

Tornando ancora alla semplicita’ d’uso, mi sembra importante aggiungere che le questioni sono quasi sempre piu’ sfaccettate e piu’ complesse di come si tende a vederle. Un po’ di difficolta’ in ambienti per i giovani e dove i giovani spesso sono in conflitto con la loro famiglia, non e’ detto che sia vista come un ostacolo.

Per Myspace, il cui accesso per i piu’ giovani, cioe’ di solito per chi ha meno di 14 anni, e’ oggetto di lunghe trattative con i genitori, il fatto che il sistema non sia semplicissimo e che gli adulti debbano chiedere aiuto proprio ai figli se decidono di chiudere le loro pagine puo’ essere un punto a favore del sistema. Anche perche’ quello che ne consegue e’ che in Myspace un acconto puo’ essere creato di nascosto e che comunque ben pochi tra i genitori sono in grado di controllare tutto quello che i loro figli fanno in questo ambiente.

Il successo o l’insuccesso di uno strumento di Rete, in definitiva, dipende sempre da numerosi fattori che vanno esaminati con calma, senza pre-giudizi ideologici, evitando gli schematismi, le generalizzazioni e i facili entusiasmi. Anche la frequente esaltazione dello strumento blog che viene fatta oggi dai loro numerosi evangelisti, senza vedere i limiti e i difetti della blogosfera, e’ del tutto sterile e nel lungo periodo potrebbe risultare controproducente.

Mi scrivi, come già avevi scritto qua, che i blog in quanto strumento sono “berlusconiani” ovvero che stimolerebbero un livello di individualismo molto pi alto rispetto ad altri strumenti utilizzabili in internet. Invero, David Weinberger afferma che la rete e in particolare i blog replichino utilmente le modalità di relazione della vita sociale del mondo reale e quindi, aggiungo io, anche le modalità di comunicazione in alcuni casi solipsistica e non dialogante che le persone hanno nella vita reale e che tu stigmatizzi quando bloggano. Mi sembra che i blog, a differenza dei newsgroup, siano piuttosto equilibrati come strumento espressivo in una miscela fatta da “individualità reperibile di una persona” sommata a “possibilità collaborative” e “facilità di pubblicazione”.

Non sarà che la tua la stessa posizione, ma più “a sinistra”, di quella di una delle responsabili internet del Vaticano che ha dichiarato che lo strumento blog non sarà utilizzato dalla Santa Sede perché “così personalistico, così egocentrico”? Non sarà, quella di dare tanto spazio all’individuo, una paura così tipica della cultura cattolica e di quella marxista che permea gli italiani?

Il mio citare il berlusconismo a proposito dei blog non aveva un significato politico, era solo l’accostamento a un’idea di vita tutta volta a rifiutare ogni forma di confronto e a ottenere sempre e comunque qualcosa, anche dalla piu’ piccola e meno professionale delle proprie attivita’, con il perenne ed effimero inseguimento di un successo facile e che potrebbe arrivare per chiunque. Piu’ che a Forza Italia pensavo al Grande fratello…

Neanche la mia voleva essere una lettura politica, bensì di posizionamento culturale della tua analisi e di quella che ne viene fatta solitamente in questo paese (per quel poco che ho studiato di etnografia). Come è ricorrente in quello che mi scrivi e nella pubblicistica sui cosiddetti broadcast media di questo paese, si situa il blog contestandolo per l’eccesso che viene dato all’individuo rispetto al fare collettivo. “Vuoi esprimere TE STESSO/A tramite un mezzo di comunicazione (blog, grande fratello, veline, ecc.)? Sei un berlusconiano!”. “Vuoi apparire, esibirti, essere più importante degli altri? Sei berlusconiano!”.
Mi sembra una pregiudiziale che ha questo tipo di origine, tutto qua.

Esprimersi o pubblicare dei propri contenuti non e’ di certo berlusconiano, non nel senso che ne stiamo dando qui. Apparire, esibirsi, cercare di emergere a tutti i costi e senza sudore e senza qualita’, pretendere sempre un tornaconto per qualsiasi propria attivita’, invece, non solo ricorda molto la filosofia di certi format televisivi, ma è anche contrastante con gran parte di quello che per anni e’ stato lo spirito di Internet. Chi produce contenuti per il gusto di farlo, o per discutere, non e’ berlusconiano, mentre chi scrive solo per essere notato e con la speranza di ottenere qualcosa di tangibile di certo si’.

Ma in realta’, non credo che cercare letture di Internet in chiave politica o ideologica abbia molto senso. Occorre invece valutare gli strumenti e gli ambienti on line solo in base alle loro funzioni, alle loro potenzialita’ e all’uso effettivo che gli utenti ne fanno.

Strumenti come la posta elettronica e il messaging servono prevalentemente per la comunicazione a due, le vecchie pagine Web personali sono utili per la pubblicazione di notizie su di se’, mentre altri ambienti, quali le mailing list, il chat, i newsgroup, i forum e in parte le reti sociali sono piu’ indirizzati verso le interazioni di gruppo o la creazione di nuovi contatti.

Occorre anche tenere presente che uno stesso strumento puo’ essere molto versatile e puo’ venire sfruttato dagli utenti per usi e scopi differenti. Le mailing list, per esempio, possono creare comunita’ intorno a temi da discutere collettivamente, ma possono anche servire per pubblicare e distribuire delle newsletter, con una comunicazione a senso unico del tutto simile a quella di qualsiasi pubblicazione di carta.

Non capisco tra l’altro perche’ i newsgroup dovrebbero essere squilibrati, mentre i blog sarebbero “piuttosto equilibrati come strumento espressivo, in una miscela fatta da ‘individualità reperibile di una persona’ sommata a ‘possibilità collaborative’ e ‘facilità di pubblicazione’”.

Credo che aprire un blog, pubblicare dei contenuti e commentare un blog sia molto più semplice e immediato per il navigatore della strada. Facilità e velocità di utilizzo non mi sembrano accessorie per il navigatore della strada e mi sembra che letture diverse del fenomeno siano fuorvianti. Vedi, appunto, MySpace, che rispetto alle funzionalità classiche di un blog ti permette di caricare mp3, immagini e altro con molta più semplicità…

Continuo a pensare che la semplicita’ sia importante ma non sia il solo fattore da valutare.

I newsgroup, tra l’altro, benche’ non facilissimi, svolgono egregiamente il loro compito da molto tempo – sono stati integrati in Internet gia’ nella seconda meta’ degli anni ‘80 – veicolando conversazioni piu’ o meno ordinate, secondo le necessita’ e i costumi di ciascuna delle moltissime aggregazioni di persone che se ne servono. Da quando sono stati indicizzati, prima da Dejavu e poi da Google gruppi, raccolgono le loro discussioni in un archivio semplice, chiaro e comodo da consultare. La loro struttura per thread, inoltre, dal punto di vista dell’organizzazione e della reperibilita’ delle informazioni mi pare di una semplicita’ geniale.

Quanto al blog, come strumento e’ nella sostanza un figlio di Cms. Il che non e’ un insulto, ma vuol dire soltanto che e’ una piattaforma nata per permettere a tutti, con facilita’ e a costo zero, di avere funzioni di Content management system in un periodo in cui, alla fine del secolo scorso, i Cms esistevano soltanto come prodotti professionali dal costo di almeno 80 mila dollari per installazione.

Da allora, le piattaforme blog sono state progressivamente arricchite da diverse funzioni o anche da semplici consuetudini, come i blogroll, i commenti, i trackback, il tagging, i feed Rss (e in altri formati), oppure si sono evoluti verso ambienti di lavoro collaborativo, con i Wiki.

Da un punto di vista strettamente funzionale, le possibilita’ a supporto della comunicazione interattiva e collettiva sono rimaste poche e scomode: seguire una discussione da un blog all’altro, rimbalzando dai post dell’uno ai commenti dell’altro, o inseguendo i trackback (che tra l’altro sono ancora poco usati) e’ un’acrobazia che tutti abbiamo fatto piu’ volte e sappiamo molto bene quanto sia scomoda.

Certo, l’analisi di una discussione tra blog è un po’ una rottura. Ma credo che se uno è realmente interessato alle fonti delle notizie o delle riflessioni, si va a leggere anche i link relativi che partono da un blog verso altri blog o verso altri siti...

Occorre decidersi. La semplicita’ e’ tutto, o no? Io ci tengo a sottolineare che in diversi casi si e’ disposti a sopportare qualche fatica se poi si viene ripagati, per esempio da un contenuto di qualita’, come per le ricerche bibliografiche. Detto questo, certe acrobazie tra i blog le facciamo in pochi e credo che i commenti siano letti da molti ma non dalla maggioranza dei lettori, anche se questo dato probabilmente varia molto da blog a blog, in base alla qualita’ dei commenti. Altri strumenti, su tali terreni, hanno una versatilita’ decisamente maggiore. Basti pensare ai crossposting con follow up, modalita’ semplicissime ma potenti che sono state inventate dagli utenti nelle mailing list e nei newsgroup, mentre nei blog non ci sono dei meccanismi corrispondenti.

Il blog, dato che è nato Cms, di fatto rimane piu’ forte e piu’ efficiente sul versante del Content management, di recente grazie anche all’organizzazione e alla classificazione dei post con i feed e con il tagging, che pur essendo soluzioni ancora tutt’altro che perfette e spesso usate malissimo stanno producendo risultati molto disordinati ma gia’ interessanti.

Oltre che dalle funzioni, la connotazione complessiva di una piattaforma on line dipende dall’uso che in pratica viene ne fatto dagli utenti. Tra i bloggher, soprattutto quelli nostrani, i commenti – che sono l’aspetto piu’ comunitario, addirittura “forumizzabile”, come si e’ notato spesso – sono poco apprezzati. Anzi per nulla.

Effettivamente molti blogger famosi nostrani non stanno simpatici neanche a me. Ma in America…

E basta con gli americani, che in fondo non stanno facendo nulla di diverso da noi, sono solo di piu’, piu’ ricchi e con una lingua conosciuta in tutto il mondo. Detto questo, i commenti, quando ci sono, sono nascosti e al minimo incidente si minaccia di chiuderli; in piu’, non hanno mai pari dignita’ di un post e per consolidata consuetudine non vengono ne’ linkati ne’ citati. Molti bloggher dichiarano apertamente che il blog e’ una “casa privata” e non gradiscono affatto i commenti critici, per i quali di solito vige l’abitudine di non rispondere.

Addirittura, la filosofia ufficialmente sostenuta dalla maggior parte dei bloggher nostrani e’: Se vuoi dire qualcosa apriti un tuo blog, ma non disturbare il mio con i tuoi stupidi commenti. Il che sottintende: Dato che in poco tempo non riuscirai a collezionare un numero di accessi pari a quello che io ho faticosamente messo insieme in anni e anni di paziente e certosina scrittura dei miei post, sacrificando famiglia, hobby e persino qualche puntata di Zelig, avrai poco ascolto e io potro’ continuare tranquillamente a ignorare le tue osservazioni e a far finta di avere ragione.

I Vib, in sostanza, preferiscono chiacchierare da un blog all’altro tra i pochi eletti che superano i 10 accessi al giorno e che sono ritenuti simpatici e inseriti in un gioco comune, in modo da avere piu’ visibilita’ e creando una strana cosa che piu’ che un dibattito e’ un insieme di microscopici network di autocompiacimento, con lo scambio di favori reciproci sotto forma di citazioni e di link. Questo modo di comunicare molto particolare, che dagli evangelisti del blog viene spacciato non solo come comunitarismo ma anche come il meccanismo che garantirebbe l’autorevolezza dei blog come fonti, creando la cosiddetta reputazione, di solito non produce nulla di interessante, ne’ come discussione ne’ in termini di informazione.

Direi che tali modalita’ di interazione sono le massime e piu’ chiare espressioni di un egocentrismo che non potra’ mai stimolare dibattiti rapidi e fecondi, ne’ vere comunita’ aperte. Sul comunitarismo e sull’attendibilita’ dei contenuti, ho gia’ scritto piu’ volte che credo poco a chi parla di swarm intelligence, l’intelligenza collettiva di uno sciame; da un certo punto di vista, le piccole reti di fiducia reciproca e assoluta che si creano tra i bloggher riportano il mondo globale indietro nel tempo, alla vecchia logica del villaggio sperduto tra le montagne, dove si dava credito ciecamente e senza riscontri a qualche saggio del paese per il solo fatto di conoscerlo di persona, di condivere con lui qualche affinita’ elettiva, o di avere ricevuto in regalo da sua moglie una buona forma di fontina il Natale scorso.

Questo è molto opinabile.
Se i blogger famosi avessero centinaia di migliaia di utenti ogni giorno ciascuno, allora sarei d’accordo con te. Ma un blogger famoso ahilui non credo che vada oltre i 1000 utenti al giorno che sono una miseria.


Beppe Grillo, il cui utilizzo dello strumento blog per quanto riguarda i comportamenti comunicativi di Grillo è veramente poco sociale e democratico, fa invece un milione di utenti ogni mese (secondo dati Nielsen) perchè riflessioni (forse) originali e contenuti (certamente) originali rispetto a quella che tu chiami fuffa o a quello che viene proposto dai media main-stream.

Grillo non puo’ essere preso ad esempio di nulla. E’ un personaggio molto particolare e che scriva un blog o che canti O sole mio alla finestra ottiene effetti molto diversi da quelli di qualsiasi altra persona. A parte cio’, gestire commenti come quelli che ha lui, che ormai sono tra 1.200 e 2.500 per post, sarebbe impossibile. Proprio i blog “normali”, invece, con un seguito ragionevole, se avessero dei tenutari meno egocentrici e non cosi’ esageratamente permalosi potrebbero valorizzare molto di piu’ i commenti che ricevono.

On top of that, i bloggher ultimamente sono assillati dall’ansia di trarre qualche “guadagno”, diretto o indiretto, dal loro faticoso lavoro, al limite anche un panino, fino a essere colpiti da quella che scherzosamente ho definito “La Sindrome del Tramezzino”. L’ho chiamata cosi’ perche’ scrivere “desiderio compulsivo e irrazionale di svendere le chiappe” mi sarebbe parso eccessivo e troppo volgare. Naturalmente, emergere nella blogosfera, in qualsiasi pezzetto di blogosfera, riuscendo a essere notati al di fuori del proprio microvillaggio di appartenenza, e’ molto difficile e lo sara’ sempre di piu’, via via che il numero dei blog crescera’ da 50 a 100 milioni, o forse anche oltre.

David Weinberger, un autore non sospetto di antipatie per i blog, gia’ anni fa, distorcendo una celebre frase di Andy Warhol, aveva sostenuto che “Sul Web tutti saranno famosi per quindici persone”. L’esigenza di diventare tutti autori, facendo gli editori di se stessi, e con successo, diventa quindi un sogno che sara’ irrealizzabile per il 99,99% dei boggher, ma resta una forte pulsione, nel mondo Vib, che impedisce ogni interazione seria e disinteressata.

Su questo sono parzialmente d’accordo perchè non penso sia un problema solo dei Vib.

Se da una parte ritengo che l#8217;analisi del blogger come “berlusconiano” sia una basata su dei pregiudizi, è pur vero che i modelli di comportamento all’interno dei media tradizionali (tv uber alles) siano proprio quelli dell’emergere a tutti i costi per diventare famosi all’interno di audience di milioni di persone: appunto, tanto quanto ci viene proposto nella tv dove alcuni sono famosi per milioni di persone.

Sta qui, credo, l’alienazione del blogger e in genere di chi vuole esprimere sè stesso/a dentro i media – anche dentro i nuovi media.

A me non pare che tutti i blogger italiani siano ammalati di protagonismo e di voglia di emergere, alla ricerca ossessiva di qualcuno a cui vendersi per un Tramezzino. Forse non molti sono disposti a crederlo, ma in Internet – e persino sui blog – ci sono in maggior parte delle persone normali ed equilibrate.

Ma Weinberger (ancora lui) predica come dici tu che i blogger saranno famosi per i loro 15 amici. Non solo. Weinberger dice che gli effetti più profondi li avrà sui modelli di pensiero e comportamento da qua a vent’anni, non immediatamente: magari quest’alienazione da audience immensa, aggiungo io, tra 20 anni sparirà perchè si ritornerà a pretendere l’unica comunicazione umanamente possibile, ovvero quella in cui un individuo (navigatore, p.e.) si rivolge a una cerchia di quindici persone, o giù di lì.

Weinberger, in realta’, e’ un autore che cito solo per quella frase, che trovo geniale, ma che per il resto giudico banale, non particolarmente brillante come osservatore della Rete e molto noioso come saggista. Io non faccio mai previsioni a vent’anni di distanza, mi pare impossibile. Forse anche perche’ sono modesto: mi accontento di sbagliare le previsioni a due o tre anni, o al massimo quelle a cinque anni. Le trasformazioni che Internet sta inducendo nel nostro modo di pensare e nei nostri costumi, pero’, secondo me sono gia’ prepotentemente in atto, quindi apro una parentesi per abbandonare un attimo i blog e parlare di questo.

Della Rete come espansione della mente avevo parlato gia’ alcuni anni fa in un’intervista rilasciata a Dols, intervista che purtroppo non e’ piu’ on line (per la serie: quando non si sanno sfruttare decentemente le possibilita’ di archiviazione offerte dal digitale e dalla Rete). Quanto al costume, ho preparato di recente un intervento per la Radio svizzera italiana – nella trasmissione di Antonio Vassalli, prima chiamata Mondo Web e adesso ribattezzata Impulso Web – pensando a quanto si stanno trasformando sia la nostra percezione del sesso sia i rapporti sessuali o amorosi tra le persone. Negli Usa quasi un terzo dei single usa i servizi di dating, per esempio, il che e’ una bella rivoluzione sociale. Sui piu’ giovani, pero’, credo che gli effetti siano addirittura enormi, anche se – per quanto ne so – quasi nessuno ne parla.

Io ricordo molto bene di avere visto per la prima volta la foto di un seno nudo solo quando avevo 12 o 13 anni, su una rivista femminile, perche’ prima di allora le pubblicita’ erano assolutamente caste. Non che questo sia stato un bene, anzi penso di essere cresciuto non molto sveglio in materia di donne, ma non credo che adesso sia positivo scivolare verso l’estremo opposto senza neppure rendersene conto. Oggi sappiamo tutti molto bene che cosa possono vedere on line anche i piu’ piccoli, che navigano da soli gia’ all’eta’ di 8 anni. Si calcola che in Italia ci siano in Internet almeno un milione di bambini di eta’ inferiore ai 13 anni e varie ricerche, in Italia e altrove, dicono che circa il 30% di loro viene lasciato navigare sempre da solo, o ancora che nel 45-55% dei casi i genitori si interessano a cosa fanno i figli in Internet – per le fasce di eta’ tra 8 e 13 anni – soltanto saltuariamente.

Pornografia a parte, che di sicuro ha un effetto non trascurabile e non molto conosciuto sull’immaginario infantile, appena i bambini crescono un po’ e le loro curiosita’ diventano piu’ elaborate esistono il chat e i messenger, con la possibilita’ di contattare un numero enorme di altre persone, di tutti i tipi e di tutte le eta’, volendo con tanto di microfono e di webcam. Io scommetterei che oggi molti dei primi amori siano on line e che le prime esperienze siano sempre piu’ di frequente di sesso virtuale. Chissa’ con chi, mi verrebbe da dire… Ma sull’argomento mi fermo qui, un po’ perche’ il discorso sarebbe molto lungo – io un libro che parla anche di queste cose l’ho gia’ scritto, in tre edizioni diverse, e lo cito tra poco – e un po’ perche’ non sono uno psicologo, ne’ conosco molti lavori su questo tema. Da parte mia, un paio di servizi li ho fatti, sempre sulla Radio svizzera italiana, per avvertire i genitori che sono dei completi incoscienti e che Internet, per quanto sicura e potenzialmente innocua, come qualsiasi altro medium o tecnologia se usata male puo’ avere effetti imprevisti e persino far danni, almeno sulle menti piu’ giovani. Per cui ho la coscienza a posto.

Mi stupisce tuttavia non poco che i grandi media, cosi’ avidi delle famose tre esse che tuttora guidano il giornalismo (sesso, sangue e soldi) non abbiano ancora capito quanto potrebbe avere successo un bell’allarme su come il sesso on line stia guastando irreparabilmente le giovani generazioni. Qualcosa si sta scrivendo negli Usa, dopo i primi casi di adescamento di minorenni in Myspace, ma ancora poco e solo sulla solita pedofilia on line, che tra l’altro – e per fortuna – all’opinione pubblica sembra grave ma non pare cosi’ orrenda e cosi’ pedofila se avviene tra un ventenne e una quattordicenne consenziente, sedotta piu’ che violentata, come è finora capitato su Myspace. In Italia, persino Tonino Cantelmi, lo psicologo ufficiale della Chiesa, l’unico che da noi crede sul serio e senza vergogna nell’Internet addiction, per ora tace. Quando arriveranno le prime campagne stampa scandalistiche e i primi saggi di Cantelmi sulle patologie della sessualita’ in cui rischiano di incappare i minori abbandonati a se stessi in Rete – e questo sarebbe l’aspetto piu’ interessante da approfondire – potro’ dire che le avevo previste. Le campagne stampa, non le patologie, che invece credo siano poco probabili, perche’ le menti piu’ giovani sono si’ influenzabili, ma anche elastiche ed intelligenti, malgrado l’imbecillita’ e il disinteresse dei loro genitori. O almeno cosi’ spero. Le nuove generazioni saranno sane, Imo, ma distanti anni luce da noi, sul sesso e su tutto il resto, e in un modo di cui non sappiamo assolutamente nulla. Chiusa la parentesi.

Su quali saranno le forme piu’ naturali di comunicazione tra vent’anni, la visione di Weinberger mi pare riduttiva. Ci sono molti tipi di comunicazione, interattiva o in broadcast, e miste. Nelle modalita’ interattive non si possono coinvolgere i milioni di persone di una trasmissione televisiva, se non con finzioni come il televoto, ma una vera interattivita’ on line puo’ interessare ben piu’ di 15 persone. Io sono iscritto alla lista dei bibliotecari italiani, dalla sua nascita, nel 1992, dove oggi ci sono quasi 5.000 iscritti – senza moderazione – e dove a intervenire con una certa frequenza siamo diverse centinaia di persone. Questo e’ solo un esempio; credo che le future forme della comunicazione on line saranno quanto mai varie e in gran parte imprevedibili.

Tornando ai Tramezzinari, quella “economia del dono” di cui hanno scritto di recente alcuni dei grandi media nostrani ha ben poche possibilita’ di attecchire su un terreno che ricorda molto i Reality o le gare degli show di De Filippi, con i dilettanti allo sbaraglio e disposti a tutto pur di avere qualche secondo in piu’ on stage. E’ un terreno e che ha poco da condividere con la Rete della collaborazione e dell’aiuto reciproco, un mondo di scambio disinteressato che peraltro continua e esistere in diversi altri luoghi on line.

A guardare i dati di Nielsen e a condividere la tua analisi sulla mancanza di “apertura” dei blogger, ancora, mi sembra che sia un fatto decisamente minoritario questo afflato collaborativo.

In Internet almeno fino al ’95 tutto era collaborazione. Ancora oggi, dopo il pesante ingresso on line del dio profitto, ci sono ambienti dove molti si impegnano pensando ai soldi solo marginalmente. Basti fare l’esempio del mondo open source.

In sintesi, se dovessi elencare le caratteristiche principali dei blog, delle tre citate nella domanda, direi senza dubbio che la “facilita’ di pubblicazione” e’ la piu’ importante, il loro maggiore punto di forza, di novita’ e di utilita’.

Anche i Wiki, le filiazioni dei blog che da alcuni vengono ritenute di tipo comunitario, in realta’ non creano comunita’, ma gruppi di lavoro intorno a un progetto editoriale, confermando cosi’ la prevalenza degli aspetti Cms in questo tipo di strumenti.

A seguire, nei blog “l’individualita’ reperibile di una persona” e’ senza dubbio presente ma mi pare poco importante, non molto diversa dalla funzione che era gia’ svolta dalle pagine Web personali. Contesterei forse il reperibile, perche’ se con le pagine Web personali la tendenza era verso il curriculum, con tanto di indirizzo, tra i bloggher si e’ ritornati alla vecchissima e ormai poco sensata moda dell’usare solo un nick, come agli albori della diffusione di Internet fuori dal mondo dell’accademia. E ho serie difficolta’ a capire se si tratta di infantilismo o di che altro.

Su questo, soprattutto ma non solo per quanto riguarda gli adolescenti e i giovani che sono la maggioranza ampia dei blogger – ma il comportamento non è diverso su Myspace o Giovani.it – mi sembra sia azzeccata l’analisi di Sherry Turkle e altri prima di lei. L’individuo va a giocare con la sua identità, sperimenta. Si può permettere qualcosa di più. recita una parte. non ci vedo nulla di male.

Hai letto poco e male Turkle e forse ti mancano molti altri autori. Il discorso sarebbe molto lungo… Al riguardo potresti leggerti l’altro mio libro, quello che ora si chiama “Comunicazione personale e collaborazione in Rete”. Per farla breve: ci sono luoghi di Internet in cui si gioca e assumere altre identita’ puo’ addirittura essere un obbligo, e altre situazioni in cui questo non ha senso.

Anche se mi sembra che il blog con il suo costringere una produzione che dura nel tempo e tutta rintracciabile in un unico luogo virtuale mi sembra che permetta al lettore il giudizio più facile su una personalità e la sua veridicità.

Su questo cito sempre Dan Gillmor, il teorico del citizen journalism che anche molti bloggher amano citare, a sproposito perche’ non lo hanno letto. Sulla valutazione dei blog come fonti, sostanzialmente, Gillmor in “We the media” sostiene che i blogger dovrebbero tenere on line il loro curriculum aggiornato e che forse neppure questo risolverebbe del tutto i problemi di attendibilita’.

Gillmor scrive, precisamente: “If we are going to have serious on line discussions, I think all parties should, with few excepions, either be willing to verify who they are, or risk having their contributions be questioned and, in some cases, ignored”. (scarica gratis il libro di Gillmor “We the media”)

Altro che giocare con i nick come i bambini… Quella di Gillmor, comunque, e’ una preoccupazione molto vecchia: sono anni che le comunita’ on line discutono se sia il caso o no di chiedere agli iscritti la fotocopia della carta di identita’ e di obbligarli a pubblicare una pagina con un loro profilo dettagliato e veritiero. Molti di questi teorici dei blog, temo, sono dei parvenu’ della Rete, privi di una lunga esperienza on line e che non si preoccupano di costruirsi un’adeguata memoria storica.

Per finire il discorso sulla valutazione dei blog come strumento e sul loro non apprezzamento da parte della Chiesa, le “possibilità collaborative”, come ho spiegato, nei blog sono ancora poche e scomode dal punto di vista tecnico-funzionale e non particolarmente apprezzate o utilizzate dai bloggher, che quando sono “di successo” e appena un po’ noti inseguono sogni e logiche molto distanti sia dal comunitarismo sia – come ho scritto nelle mie precedenti risposte – dalla produzione di contenuti di qualita’.

Premessa questa lunga analisi, che la Chiesa prediliga altre forme di presenza on line non mi stupisce affatto, ma non penso che si tratti di una scelta ideologica o dettata dalla “paura di dare spazio all’individuo”. Forse i religiosi preferiscono allestire in Internet un ambiente polifunzionale e piu’ ricco, e non vogliono incoraggiare i lati peggiori dell’individualita’, con quel parlarsi addosso vuoto e senza dialogo in cui cadono molti blogger.

Il Vaticano, tra l’altro, ha ottimi comunicatori – Ok, a parte Cantelmi – che da alcuni anni sono particolarmente attenti anche a Internet. Che abbiano scartato i blog mi pare molto significativo. Puo’ anche darsi che i blog abbiano un po’ deluso, nella Chiesa e altrove, per la loro incapacita’ diffusa a superare un uso elitario e limitato del Cms, e che il loro “momentum”, come si direbbe in inglese, stia tramontando.

Del resto, ho gia’ parlato in queste risposte dei piu’ di 70 milioni di giovani che in un tempo brevissimo si sono convertiti a Myspace e che sono piu’ numerosi dei 35 o forse 50 milioni di persone che in questi anni hanno aperto dei blog. Sono anche loro tutti religiosi o mossi dall’ideologia?

Ovviamente nessuno dei due. interpretando quello che dici tu su Myspace (“offre anche i blog”), quel servizio è un’evoluzione dei blog stessi che già, per conto loro e nei casi di autori che hanno un po’ più dimestichezza con servizi e tecnologie sparse nella rete, montano nei loro blog dei link e degli strilli provenienti da gallerie di foto, radio autoprodotte, video, immagini animate, ecc…

No, io riguardo a Myspace ho scritto qui: “il canale piu’ apprezzato e piu’ usato dagli iscritti pare essere – incredibile ma vero – proprio quello delle vecchie pagine Web personali, appena un po’ ammodernate”. A me non sembra che Myspace abbia molto a che fare con i blog, mi pare che come modello sia molto piu’ simile a un’evoluzione di Friendster; oppure per alcuni aspetti potrebbe essere considerata una sua involuzione, verso modelli di comunità più tradizionale, o addirittura verso il dating. Dal punto di vista funzionale si potrebbe dire che è una via di mezzo tra le vecchie pagine Web, il social network e il messaging, il tutto completato dalla possibilita’ di gestire in modo molto semplice gli aggiornamenti piu’ frequenti e i contenuti multimediali.

Prendo comunque nota che un blogger ha parlato di “evoluzione dei blog”, il che implica che il modello blog puo’ essere superato, anzi, che forse e’ gia’ vecchio. Un’idea con la quale probabilmente concordo.

Per concludere questo lungo discorso e ritornando un po’ al suo inizio: uno strumento in Rete va analizzato a fondo, anche in base all’uso che ne fanno gli utenti e soprattutto senza ideologie e senza preconizzare grandi rivoluzioni o killer application. E io senza un blog sto benissimo, ne’ mi pare che mi manchi qualcosa, almeno finche’ qualcuno mi ospita tra i commenti, anche se molto controvoglia e senza apprezzare il grande favore che gli faccio. Ma non mi offendo, per non essere apprezzato: la maggior parte dei blogger sono degli hobbysti che non hanno ancora abbastanza esperienza di Rete alle spalle e che non sanno capire quali sono le cose veramente importanti. Bisogna essere pazienti, con questi blogger che in fondo sono quasi sempre dei newbies. Oppure bisognerebbe essere in grado di comperare le loro chiappe in svendita, perche’ l’anima free e solo sincera della comunicazione in Rete loro l’hanno un po’ persa di vista.

[ 5 giorni dopo l’ultima risposta, riscrivo a Fabio ] Mi sono riletto tutto il malloppo in treno stamattina e mi sembra che malgrado la lunghezza sia interessante.

Si’, soprattutto le mie ultime aggiunte sono un po’ prolisse e sproloquianti, e non le ho quasi rilette. Ma vanno bene cosi’, riflettono la mia natura di “grumpy old men”, che e’ il titolo di un programma di cui sto guardando alcune puntate in questi giorni e dove alcuni famosi esponenti inglesi della generazione tra 35 e 55 anni, come Gedolf e Wakeman, tra quelli che conosco, si lamentano con ferocia di tutto quello che odiano nel mondo contemporaneo, dal modo di vestire al piercing, dai cellulari agli ombelichi scoperti.

I grumpy old men sono cresciuti tra le promesse di un mondo migliore, con il miraggio della pace universale e delle tecnologie che avrebbero reso la vita molto facile a tutti, ma si ritrovano oggi in una societa’ globale che invece di migliorare sta peggiorando sempre di piu’, tra guerre, terrorismo, effetto serra, energia a costi stratosferici, poverta’ e fame dilaganti, odi religiosi e conflitti razziali.

Per Internet, e’ stato un po’ lo stesso. Quando ho iniziato a occuparmene, nel 1992, la Rete era tutta e solo grandi promesse: sarebbe bastato promuoverla e farla diffondere, si pensava, e si sarebbero sviluppati nuovi rapporti tra i popoli, la trasparenza nell’informazione, la condivisione delle conoscenze, un modo completamente nuovo di lavorare, la fine della necessita’ di avvelenarsi tutti i giorni nel traffico cittadino, una politica partecipata e profondamente diversa, e soprattutto la vittoria, in ogni campo, di una filosofia basta sulla collaborazione.

Di certo Internet ha migliorato e sta migliorando le nostre vite, ma non credo che sia necessario elencare tutto quello che la diffusione della Rete non ha risolto e forse non risolvera’ mai, in un mondo dove, per esempio, il digital divide appare sempre piu’ grave, o da noi le elezioni si vincono solo da Vespa, la cultura e’ quella dei Reality, l’informazione di carta e’ totalmente disorientata di fronte al nuovo, e per un giornalista un contratto di telelavoro non lo fanno neppure le riviste specializzate in Ict.

E conosciamo tutti molto bene i conflitti sollevati dall’uso di Internet, dalla censura in Paesi come la Cina alla folle evoluzione delle normative sul copyright, per cui anche la messa on line dei libri – un altro grande sogno degli anni ‘90 – risulta difficilissima da realizzare.

In questo scenario, come non brontolare di fronte a una piccola e folle casta di blog-entusiasti nostrani che di Rete capiscono poco, che non studiano, si informano poco e male e solo attraverso altri blog, ma che hanno un’assoluta certezza nella vittoria della loro rivoluzione e che, come se non bastasse, pontificano su tutto, convinti di essere dei guru in qualsiasi disciplina? Il peggio e’ che adesso costoro pretendono pure del Tramezzini, in cambio di chiacchiere vuote sul loro gatto o di dissertazioni su una Rete di cui non conoscono neppure vagamente le caratteristiche dei router, ne’ ritengono di doverle conoscere.

Insomma, oggi Internet avrebbe bisogno di analisi attente e raffinate, mentre, per dirla da grumpy, un certo modo un po’ sborone di propagandare il blogghismo di elite e’ piu’ ributtante e volgare del piercieng selvaggio, dei cellulari che squillano a teatro, o delle ragazze che non coprono la loro pancia grassoccia, gelatinosa e tremolante.

Intervista condotta tra il 27 aprile e il 15 maggio 2006 via e-mail

Vai alle pagine web personali di Fabio Metitieri 

Qua gavemo 10 comenti
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    1. […] Tra quelli che lui stesso chiama Vib (very important bloggher) è noto come un dannato rompiscatole. Tra chi studia le nuove tecnologie, almeno all’università e sui giornali, è noto non solo per essere un rompiscatole ma anche per le sue capacità di analisi, per i suoi saggi e per i suoi articoli.Fabio Metitieri mi ha splendidamente concesso una lunga intervista, via e-mail, a proposito dei blog e dello stato di internet in Italia. Contemporaneamente si è fatto scippare la foto dalla sua pagina web personale che infatti ripubblico qua accanto – in cui sembra l’architetto di Matrix! […]Pingobacko da Il blog di Morbìn » — 18 Maggio 2006 @ 17:02
    2. Ehi, fighetti!Uno legge l’intervista a Fabio Metitieri e chiude il blog!…Trackobacko da Cips — 18 Maggio 2006 @ 17:33
    3. Grumpy FabioTrackobacko da Paolo’s Weblog. — 18 Maggio 2006 @ 17:51
    4. Ci sono radici importanti e molto consigliabili da esaminare per chi voglia esprimersi in pubblico.la questione è editoriale, cioè di autorevolezza garantita dall’editore, che per chi legge davvero è uno strumento estremamente comodo. Metitieri mi pare dica che per ottenere una capacità autoeditoriale credibile, cioè utile, ce n’è tanto di lavoro da fare. Vero anche che a me personalmente piace seguire una linea editoriale stabilita da me.Comenti da diego chersicola — 19 Maggio 2006 @ 11:32
    5. Non si riferiva mica a Mantellini, eh?Comenti da Peter — 23 Maggio 2006 @ 10:33
    6. «Su una testata, al contrario, si devono scrivere solo informazioni documentate». Ma per favore: chiunque abbia avuto modo di leggere un articolo di QUALSIASI quotidiano su un argomento che conosce sa che razza di minchiate sparino i giornalisti. Forse l’attendibilità si ha in qualche testata specialistica come quelle per cui mi pare lui lavori. Il nostro parla in maniera molto semplicistica di un fenomeno complesso: alla bloggher, insomma ;-)Ha pienamente ragione dicendo che i blogger sono in gran parte dei quaraqquaquà ma non li metterei a confronto con i giornalisti: rischiano di fare bella figura!!!Ha pienamente ragione sull’attendibilità dei newsgroup, che infatti i giornalisti farebbero bene a scorrere anche per solo 10 minuti prima di chiudere un articolo.Tutto sommato pur azzeccando parecchi concetti nel corso dell’intervista mantiene un atteggiamento sbruffone e sentenziatorio che è quello di cui accusa i bloggher. Non di gran classe, insomma. Ma è un tuo mito, arrangiati ;-) questo spauracchio di tanti blogger… brrrrComenti da Dree — 28 Maggio 2006 @ 14:47
    7. cercando di intervenire solo su alcuni punti, sulla blogosfera e’ impossibile fare discorsi troppo generici, come anche sulla comunicazione mediata dal computer in generale; il punto semmai e’ quello di integrare al meglio questo strumento nel magma continuo di tale comunicazione, e quindi se la qualita’ degli attuali blogger puo’ non soddisfare alcuni (com’e’ giusto), una proposta per migliorarla, per crescere di credibilita’, potrebbe essere quella di creare blog collettivi, basati su un editorial board o redazione virtuale, aggregando persone/blogger che seguono gli stessi temi anziche’ sperticarsi per tenere aggiornati quattro blog super-individuali (magari uno basta)io ad esempio, pur essendo online dal 1992 e scrivendo di internet e robe digitali (fabio sa bene), non ho ne’ voglio avere un blog personale, ma collaboro variamente a diversi dove vige, appunto, una sorta di redazione fluida e aperta (no, niente link); funziona sicuramente per il livello di qualita’ e credibilita’, si producono materiali di buona professionalita’, analogo per molti versi a quello dei mainstream media, e si continua lungo la strada della comunicazione multidirezionalenella stessa direzione, come si diceva nell’intervista, va sottolineato che il blog non e’ altro che l’ultima creatura, e neppure la piu’ riuscita per molti versi, dell’interazione da molti a molti concretizzatasi via via con email, BBS, mailing list, forum, newsgroup, etc.; se (altra proposta) le varie testate d’informazione, professionali e meno, si dotassero di simili opzioni diversificate nella propria piattaforma online—anziche’ del soli “blog dei lettori”, che va trend ma che leggono meno di 15 perosne, lo sappimao tutti—la gente parteciperebbe con qualita’ e quantita’ migliore, per quanto certi ibridamenti possano apparire obsoleti ai “bloggher DOC”certo, si fatica un po’ a seguire/gestire il tutto, ma ne vale la pena, e si evita ad esempio quell’opzione “commenti” dei blog che pochi leggono, spesso nascosti o dimenticati o ridotti alla solita battutina fugaceci sarebbero altri esempi di integrazione fra strumenti passati (e futuri) che andrebbero tentati, e qualcosa si muove, in USA piu’ che altro, sia in circoli ristretti dove bazzicano ancora i primi internauti, sia in esperimenti di reti sociali in senso lato—che myspace pare piu’ una lattina semivuota di cocacola, dove c’e’ chi ha milioni amici solo perche’ certe annotazioni dei profili combaciano (e quindi il rischio concreto del superindividualismo di cui sopra, oltre che dei predatori sessuali)insomma, chiacchiere e giudizi vari a parte, la rete come la vita rimane bella perche’ varia, e c’e’ spazio per far tesoro delle esperienze passate e provare a innestarvi i nuovi tool in modo meno scontato di quanto oggi sembra scorrere sulla superficie della blogosferaComenti da Bernardo Parrella — 31 Maggio 2006 @ 03:16
    8. bernardo, sono d’accordissimo su tutti i tuoi rilievi.mi sembra però che nella tua analisi, similmente a quanto accade per metitieri, ci sia un sottovalutare o meglio un ghettizzare involontariamente la spinta decisiva all’autoespressione e all’essere visibilmente attivi in rete che viene fornita dai blog.come dice fabio, i blog non sono nient’altro che un cms, semplificato e per questo più accessibile al comune mortale.un forum, un newsgroup o l’email permettevano di avere questa visibilità riconducibile a una singola persona e alle sue idee, pur scadenti in alcuni casi? la risposta secondo me è, palesemente: no.mi sembra che fabio c’azzecchi quando indica come vero concorrente dei blog le pagine personali di myspace. queste – come le pagine personali di una comunità come www.giovani.it – intercettano lo stesso bisogno ovvero su quello di espressione personale, che è vecchio quanto l’uomo e i dipinti rupestri.sarà, il blog, uno strumento meno collaborativo di altri? vero. ma garantire a ogni connesso di essere attivo e partecipe con la sua identità all’interno della sfera pubblica è una vera rivoluzione. credo molto più marcata di persone che collaborano per addivenire a conclusioni in discussioni che è un fatto che, seppur con modalità diverse e meno orizzontalità, è accaduto frequentemente nei luoghi sociali dell’era contemporanea.Comenti da enrico — 31 Maggio 2006 @ 09:28
    9. well, salomonicamente si potrebbe dire che email, newsgroup, blog sono solo strumenti – come pure il telefono e ancor piu’ il cellulare – il punto sta nel modo in cui li si usa, o abusa; anzi, una delle lezioni piu’ calde della rete e’ proprio l’inter-operabilita’ e l’inter-connessione e il multiuso contemporaneo di questi strumentinel senso che imho non ce n’e’ uno “superiore” all’altro, perche’, appunto, il “bisogno di espressione perosnale” esiste nei geni di internet e di chi la usa, meglio la comunicazione interpersonalela rivoluzione di questa orizzonatlita’ e questi bisogni e questi strumenti e’ un dato di fatto, meglio vedere come usarli al meglio collaborativamente piuttosto che farsi belli, rimpinzarsi l’ego, o pavoneggiarsi perche’ “gestisco quattro blog, fo’ tutto mi’”Comenti da Bernardo Parrella — 2 Giugno 2006 @ 02:46
    10. ok. diciamo che ognuno di questi strumenti, valutato secondo vari indici, ha le sue specificità.resto convinto , perchè nato a durazzo :) , che il blog sia particolarmente efficace nel permettere a un singolo di esprimere sè stesso in relazione alle sue competenze e capacità. certo, se parliamo di lavoro di gruppo allora il blog è più debole…Comenti da enrico — 5 Giugno 2006 @ 08:26

 

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