Dante Cannarella

Negli anni ‘70 e ‘80, tra i libri in italiano più venduti a Trieste e dedicati al Carso, c’erano quelli a firma di Dante Cannarella. Riposavano negli scaffali della biblioteca di casa. Mio papà aveva un blocco solo a menzionare le sue immediate radici slovene, si occupava di Carso solo occasionalmente e nemmeno si sognava di aggirarsi a piedi in campagna. Quei testi passavano soprattutto sotto gli occhi di mia mamma che, come tanti triestini, li usava come guida al territorio.

In questi anni di lavoro per il Carso ho preso in mano quei tomi. Apro le pagine e sento di nuovo le foglie arrossate della quercia che rotolano nella bora d’autunno, come una passeggiata della mia infanzia, con mia mamma, sua sorella, le mie cugine, mio zio. Non c’è nessuno che parla, in quel Carso, a parte le voci dei miei parenti, nel nostro dialetto veneto. Le pagine di Cannarella trattavano di doline, boschi, chiesette e qualche dettaglio architettonico del Carso. Ma non si soffermavano su chi mai abitasse questo Carso, né tantomeno fornivano un dettaglio su chi fossero questi indigeni. Ricordo nitidamente un solo carsolino nella mia infanzia. Mentre camminiamo per un sentiero accanto al suo campo, ci guarda inviperito, sgridandoci in sloveno, a noi incomprensibile.

In questi trent’anni siamo “entrati in Europa” nella globalizzazione, nel liberismo spinto, di qua e di là dal confine. Nel territorio di Trieste il prezzo da pagare è stato specifico e non penso alle nostre tasche ma a altri sacrifici sull’altare: visioni di valori del ‘900 che interpretavano la società, le sue classi, i suoi gruppi culturali e nazionali per trarne delle azioni collettive, per esempio giocando con mille strategiche amnesie e rievocazioni, capaci di infuocare gli animi.

Ma essere ‘entrati in Europa’, aver visto scivolare via consapevolezze e ricordi dall’agenda delle istituzioni e dai nostri corpi martoriati da insulti, silenzi e paure, dopo tutto, ci sta permettendo di assaporare il luogo dove viviamo in maniera più fresca, lontana dai dolori e dalle rabbie del ‘900.

In questi giorni, il figlio più giovane e allegro di quei due genitori triestini, sotto le mensole coi Magris, Roth, Fejtő, Cergoly, Cannarella e altri, ha prodotto coi suoi colleghi il videoclip ufficiale di promozione di Trieste. In una settimana dalla pubblicazione, è stato visto oltre 150.000 volte, soprattutto dai residenti che in migliaia lo hanno apprezzato e condiviso.

Forse, il video prodotto da Massimiliano Milič e soci per PromoTurismoFvg non resterà punto di riferimento nelle biblioteche. Ma fa risuonare nel mondo un’energia positiva che, sì, oggi possiamo respirare anche qua. Trieste non è solo la città di palazzi asburgici, caffetterie di intellettuali, faide sanguinarie, sceriffi contemporanei e non è nemmeno solo il territorio dove assaporare la libertà dell’orso. Grazie a dio, la nostra vita è anche una passeggiata, una biciclettata o un giro in vespa sulla costiera, un tuffo nel golfo sotto il sole d’inizio estate, la penombra delle calli di Muggia ed è anche l’accoglienza piccola, a tratti scontrosa, a tratti calorosa, delle osmize e di chi vive nei paesi del Carso.

C’è un cuore spensierato nel dipanarsi delle nostre storie, che nei decenni passati stava in ghiacciaia, sotterrato in dolina o tra le foglie di quercia in autunno.

(ed ecco qua sotto il videoclip in questione)

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