Lussìn, l’isola degli inganni

Lussìn è un inganno che va oltre la monada del paese piccolo che si fa chiamare Lussìn Grande.

Se fosse un inganno da due soldi, all’inizio di una nuova settimana sull’isola avrei guardato sotto i pini marittimi, i cedri dell’Himalaya e le sequoie del parco di Carlo Stefano d’Asburgo. Tocco con mano, subito pietre sotto gli aghi delle conifere, ancora Carso: sono a casa.
Ma qualcos’altro, tra il paese e i sentieri, dice: è più complicata. Siamo già altrove: le agavi, le imponenti palme e gli innocenti agrumi nei cantoni dei muri a secco.

Non basta l’evidenza e più cerco, più sono confuso. Lussìn non è solo ‘qui e ora’: è una casa abbandonata per ragioni economiche, famigliari, politiche. Sono megabyte sparsi in decadi di foto dei luglio e degli agosto. È il lastricato della chiesa costruita e ricostruita nei secoli dove i nomi dei morti di una famiglia sgomitano coi resti di un’altra per essere più vicini all’altare.

Certo, qui c’è anche il momento presente. Abbiamo trovato ristoro camminando sopra tappeti di foglie di alloro, quando le suole delle scarpe hanno accarezzato la menta, le mani l’elicriso e la salvia, il corpo intero la fragrante ombra dei pini. Abbiamo trovato ristoro quando, sopra il monte e in acqua, il blu ci ha abbracciato da ogni direzione.

Poi, abbiamo preso il taxi barca, per qualche euro. Siamo andati ancora più a sud, sull’isola dei fiori che farebbe da confine all’arcipelago. Abbiamo camminato in un sontuoso silenzio di cicale senza incontrare nessuno, a parte una ragazza con zaino e tenda in spalla.

Siamo giunti oltre una spiaggia di sabbia tappezzata da posidonia, oltre i resti di una base militare jugoslava, in una riva di ciotoli bianchi, acqua turchese. Qui si para, di fronte a Ilovik, la vera portata dell’inganno. Vedo verso sud, vedo altri sassi, altre isole, altre storie, mio figlio più grande che, tra Silba e Olib, ormai tanti anni fa compie la sua prima nuotata di libertà, senza accorgersi di aver dimenticato i braccioli. Vedo il più giovane che, questa mattina di luglio 2020, quasi quattordicenne, si tuffa da 5 metri di scogli e ne riemerge glorioso, di fronte alla chiesa di Lussin Grande, inscritta coi nomi dei suoi antenati.

Per godere l’isola, Lussìn, devi essere forte.
Devi saper essere te stesso.

ALTRO SU LUSSÌN, LOŠINJ, LUSSINO:

>> Qua un articolo sulla splendida guida curata da Diego Masiello su Cherso e Lussino (pubblicata nel 2020) che ha ispirato alcune nostre fantastiche passeggiate e che contiene due mie piccole storie sui lussignani rimasti

>> Qua un estratto (2012) della mia ricerca universitaria sulla comunità lussignana rimasta ed esule, per l’editore di Oxford ‘Berghahn’

>> Qua la storia-documentario sugli italiani rimasti a Lussìn sotto la Jugoslavia, “Quel giorno che no gavemo podesto più pregar nela nostra lingua”. Con Fabrizio Pizzioli, lo abbiamo realizzato 10 anni fa

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