Il maiale con la scorta

«Nasco contadino nel 1949 a Muggia. Poi, faccio il meccanico, il pilota internazionale di rally, l’imprenditore. Do lavoro fino a 77 dipendenti. E, poi, torno a fare il contadino.

«Go cossa contar.

«Il 26 ottobre 1954, in seguito al Memorandum di Londra, dividono in due casa nostra e dividono in due la nostra proprietà. Il clima è questo: gli jugoslavi pattugliano il confine giorno e notte, coi cani, col colpo in canna.

«Poi, mettono i paletti per segnare il confine sulla nostra proprietà. Segnano con un pennello tinto di giallo anche casa nostra. Mio papà, soprannominato ‘Mario della mussa’ perché avevamo anche l’asino, è esterrefatto prima, disperato poi. Va in lacrime.

«I militari jugoslavi, mentre gli inglesi battono i paletti e dipingono la casa, provano a fermarli: “Questa casa non può stare solo per tre quarti in Jugoslavia. E’ nostra”. Arrivano i druzi qua in corte. In pratica sono in casa. Presidiano, controllano tutto. La nostra vita va avanti per due anni, così.

«A un certo punto, due amici di mio papà passati di qua, vengono arrestati perché accusati di “essere irregolarmente in Jugoslavia”. Si fanno 3 giorni in prigione. Per lo stesso motivo, una volta arrestano anche mio papà che passa una notte in prigione, anche lui, a Capodistria.

«Una sera non ce la fa più. Papà dice che la situazione è insostenibile. E di notte ce ne andiamo, mamma, papà e io, con due vacche, in silenzio, senza far rumore. Alla mattina, papà se ne va a denunciare la situazione ai carabinieri. Ci trasferiamo a Rabuiese da alcuni famigliari.

«Fino al settembre 1956 rimaniamo in standby. Poi, il confine viene disegnato definitivamente un po’ più in su.

«Tutto finito? Più o meno. Torniamo. Ritroviamo tutti i nostri beni, a parte i portalampade, un paio di galline e il maiale. È scomparso. Le galline sono una perdita da poco, ma il maiale è un valore importante. Al momento del confronto ufficiale tra forze jugoslave e italiane per sancire la nuova linea, il maresciallo chiede ai druzi dove sia finito il maiale.

“Lo abbiamo lasciato nella stalla di una famiglia di operai. Lo riportiamo stasera, quando torneranno a casa. Il maiale è grande e pericoloso. Non possiamo portarlo noi”. Il nostro gendarme replica: “No, signori. L’accordo è che alle 12 di oggi tutto venga riconsegnato. Il maiale deve tornare adesso”.

«E andarono a prenderlo. Il maiale se ne tornò con la scorta, giù per la collina, fino alla nostra stalla».

[Sono le parole di Bruno Lenardon, vignaiolo e olivicoltore a Pisciolon nei pressi di Muggia. Ho raccolto la straordinaria testimonianza di Bruno nei mesi passati e scritto la sceneggiatura per la video-storia condivisa qua sotto, prodotta dal GAL Carso – LAS Kras e realizzata da Terroir Films cioè Massimiliano Milic, Fulvio E. Bullo e Michele Pupo]

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